2-il Cup al tempo del Covid 19 (vivere senza ritorno)

Mercoledì 11 marzo 2020 al Cup in Via Colombo non c’era più la folla quotidiana, i seicento numeri stampati ogni giorno dalla macchinetta regolafile. L’impiegata allo sportello conosceva bene quella folla ora ridotta a pochi e sparuti esemplari. Da anni l’osservava di là dal vetro.

Quella folla che aveva sempre il cellulare in mano eppure sembrava incapace di telefonare per prenotare una visita. Che, con le scuole chiuse il 23 febbraio, arrivava con i bambini appresso per richiedere tessere sanitarie smarrite: “Mi serve la tessera sanitaria perché non so dove l’ho dimenticata e senza non posso prendere le sigarette dalla macchinetta distributrice”. Sorda ai politici che finalmente avevano capito la gravità e da giorni supplicavano “state a casa state a casa”, che rispondeva coerentemente scettica “non ci sto a casa, finché il Cup non chiude vuole dire che posso andare, e io vado”. Che aveva continuato ad accalcarsi, con sempre più bambini giacché le scuole erano rimaste chiuse per una settimana, poi due, poi tre.

Continuando ad arrivare senza incontrare un argine.

Solo lunedì erano stati attaccati dei cartelli sulle seggiole: qui nessuno sieda, state separati. Poi lunedì sera,la decisione del Governo: adesso basta, si esce solo per andare al lavoro o per gravi motivi, arresti e multe per chi scherza. E ieri, martedì, avevano chiuso il punto Cup nell’atrio del Pierantoni, a protezione dell’ospedale. Chi ci andava si trovava davanti numeri da chiamare. E per fare che, poi? Le visite e le prenotazioni non urgenti erano state sospese, fatte salvo quelle oncologiche.

Perciò mercoledì 11 in Via Colombo invece di seicento persone ne erano arrivate centocinquanta. Alla spicciolata. Qualche irriducibile che si muoveva per strada sfidando la sorte. Per lo più non residenti ai quali era scaduta l’assegnazione del medico di base e lo rivolevano:

– Signorina perché non si può fare dal fascicolo sanitario elettronico?

– Si può fare ma lei ha lasciato passare la data di scadenza e dal fascicolo non può più.

– Non me ne ero accorto.

Non si accorgevano mai di niente, pensava l’impiegata. L’Ausl aveva dovuto inventarsi il Malus, la multa per chi prenotava un esame e poi non si faceva vedere. Adesso però anche il Malus era stato sospeso. Era spettrale la sala d’attesa vuota. Vuoto anche il pronto soccorso, le avevano detto. La folla aveva capito. C’era stato un passaparola vicendevole, più convincente delle parole del Premier. Quella folla che non si fidava dei politici ma si fidava del vicino di casa, alla fine, era stata raggiunta dal buonsenso di qualche amico, da una parola qui e una là. Dalla farmacista che aveva esposto un cartello: Vi portiamo le medicine a casa. Dal fruttivendolo che ne aveva attaccato un altro: Diteci cosa vi serve ve lo allunghiamo noi. Dalla ragazza che aveva appiccicato un foglio nell’atrio del condominio: Non uscite, ci penso io a voi. “Non è vero che non si accorgono mai di niente – notò l’impiegata – si accorgono di chi gli sta vicino” e desiderò essere utile come la farmacista, il fruttivendolo e la ragazza del condominio. Come loro che si offrivano senza un guadagno,  senza distinguere tra il malato simpatico e quello antipatico, il cliente generoso e quello tirchio, il vicino gentile e quello insopportabile.

Dirigendosi verso il marcatempo, alla fine della giornata, guardò la sala d’attesa vuota. “Finirà questa emergenza e la folla ritornerà – immaginò – Speriamo che imparino a usare il fascicolo sanitario elettronico e a stare attenti alle scadenze”. Covid 19 se ne sarebbe andato, sconfitto o rintanato, la folla avrebbe ripreso la vita di sempre e lei, lei avrebbe continuato ad assegnare il medico di base a domiciliati distratti giacché si imparerà forse a usare il fascicolo elettronico ma non a prestare attenzione alle scadenze. Sapere che avrebbe continuato ad assegnare medici di base la fece sentire utile come la farmacista, il fruttivendolo e la ragazza del condominio, e desiderò guardare, come stavano facendo loro senza calcolare i meriti, tutta quella folla.

Salì in auto chiedendosi che sentimento nuovo e strano fosse mai quello. Forse pietà? Misericordia? Se aveva un nome lei non lo conosceva ma sapeva che voleva viverlo, viverlo tutto.

2 pensieri su “2-il Cup al tempo del Covid 19 (vivere senza ritorno)”

  1. Sentimenti contrastanti: … in questo momento l’unica cosa davvero che ci resta è quello di pregare tutti insieme .
    Anna

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