Il Cup al tempo del Covid 19

Il Cup aveva cambiato sede. Appena in tempo vista l’emergenza del Coronavirus, pensava l’impiegata andando al lavoro venerdì 6 marzo. Era al sicuro, lei. In via Colombo gli sportelli avevano i vetri alti, così da proteggerla dagli utenti che restavano in piedi. E il piano sul quale si appoggiavano per allungare le pratiche era profondo, così da tenere la distanza. Anche la sala d’attesa era più ampia, e consentiva la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro imposta dal Governo due giorni prima, nell’ultimo Decreto stilato in fretta e furia visto l’avanzare dei contagi.

Anzi, ragionò l’impiegata, è meglio che alla sala d’attesa non arrivino affatto. E per fare cosa, poi, dato che possono prenotare con il telefono, o dal computer. Perché arrivare fino in via Colombo, parcheggiare, prendere il numero dalla macchinetta regolafile e sedersi ad aspettare?

L’Ausl aveva diramato avvisi su avvisi per convincere quel popolo indisciplinato che una prenotazione telefonica al numero verde 800 002255 fosse preferibile all’attesa al Cup – anche stando seduti un posto sì e due no. Che il Fascicolo Sanitario Elettronico si potesse anche provare. Infine era arrivato il Decreto che fermava le lezioni nelle scuole fino al 15 marzo, che chiudeva perfino le palestre fino a quel momento evidentemente immuni dall’epidemia, che raccomandava: state a casa, state a casa.

Con quello, immaginò l’impiegata, la sala d’attesa sarà, per la prima volta, sicuramente vuota.

Parcheggiò lontano dall’ingresso, non c’era mai parcheggio. Oddio, si allarmò, se i parcheggi sono pieni allora la sala d’attesa… Magari sarà un caso, magari le auto sono di chi ha davvero urgenza e resta seduto un posto sì e due no.

Passò il badge al marcatempo, si diresse allo sportello dalla tendina ancora chiusa. Percepì un brusio. Non può essere vero, indovinò incredula, la gente non può essere così inconsapevole.

Aprì la tendina sulla sala d’attesa.

Con le scuole chiuse almeno dieci donne erano arrivate con i figli. I bambini erano una novità al Cup di venerdì mattina, ma non erano soli. Insieme a loro una massa di giovani, meno giovani. Tutti con il telefonino in mano, per passare il tempo. E sedevano occupando ogni seggiolino, altro che un posto sì e due no. Non ci posso credere, si ridisse, ma perché non facciamo come i cinesi che quando gli si dice ‘state a casa, state a casa’, ci stanno? Questi no – guardò sconsolata la folla – questi vengono al Cup.

Si rivolse alla collega:

– Serve qualcuno che regoli gli ingressi. Devono entrare in pochi alla volta.

– Lo abbiamo detto al back, hanno fatto una mail.

L’impiegata sospirò. Premette il bottone rosso per chiamare il primo utente. Una donna si alzò, tirandosi dietro due bambini. Arrivò al suo sportello distendendosi sul piano per allungarle l’impegnativa.

– Devo prenotare un’ecografia alla caviglia – disse.

Deficiente, pensò l’impiegata. Stampò la prenotazione, chiamò l’utente successivo, poi quello dopo. Nemmeno un’urgenza. Visite oculistiche, otorinolaringoiatra. Tra un utente e l’altro fece una telefonata.

– Qualcuno deve venire a limitare gli accessi, questi non capiscono l’emergenza. Abbiamo la sala d’aspetto piena.

Cosa sarebbe successo se una persona infetta fosse arrivata al Cup in via Colombo? Avrebbero dovuto chiuderlo e gli utenti si sarebbero riversati al punto Cup nell’ospedale Pierantoni, il luogo più delicato, da proteggere.

Quando abbassò la tendina il tabellone segnava 600 numeri chiamati. La cifra del popolo indisciplinato. Meritiamo tutti l’estinzione, si disse, affiancandosi nel destino alla platea di fronte. Seicento. Forse non ci piace l’idea di diventare come i cinesi, ragionò. Forse potremmo proporre il modello americano. Un anno sua figlia era andata negli Stati Uniti ed era arrivato l’uragano Katrina. “Mamma gli americani sono assurdi, con la famiglia dove vivo ci stiamo barricando in casa, per strada non c’è nessuno, ma dài”. Però quando l’uragano era arrivato anche sua figlia era stata tanto, tanto grata agli allarmi, ai programmi televisivi che ripetevano state a casa, state a casa.

Eppure dovremo imparare – si disse l’impiegata salendo in auto – hanno imparato i cinesi e gli americani, impareremo anche noi. Prima o poi. Camminando verso l’auto lasciata in fondo al parcheggio pensò ai genitori anziani che l’aspettavano a casa e mise in moto augurandosi che quel momento arrivasse prima anziché poi. Forse domani resteranno a casa con i bambini e telefoneranno, sperò.

9 pensieri su “Il Cup al tempo del Covid 19”

    1. Scusa ? Di cosa? Che dovremmo imparare da chi ? Da Coloro che non usano le nostre norme igienico sanitarie e diffondono epidemie un anno si e un anno no ? Forse loro dovrebbero imparare da noi che non avremmo bisogno di vivere emergenze di questo genere ,dato che noi applichiamo norme igieniche sanitarie e anche alimentari. Loro sanno vivere le emergenze perché favoriscono situazioni che creano queste devastanti situazioni . Io non vorrei vivere nella paura e vorrei che tutto il mondo civile si unisse alle nostre norme igieniche .

      1. non è una norma igienica che ci salverà. se la rabbia non va di pari passo con la compassione e la ragione non impariamo, ancora, a stare al mondo e nemmeno il covid 19 ci renderà più maturi e più umani. che è quello che vogliamo essere no, laZak? mica solo più puliti.

        1. Sei sicura? Hai citato l’inossidabile capacità americana di fronteggiare un’emergenza proprio nel caso in cui lo stesso popolo ha dovuto rivedere totalmente l’organismo di protezione civile mai così disastroso e inefficace come in quella circostanza. Ma il punto non è neanche questo. Siamo di fronte ad una emergenza sanitaria che, in quanto tale, non prevede una struttura predefinita per poterla affrontare. Le emergenze sono devastanti in quanti imprevedibili. Il COVID-19 non è un terremoto o un uragano. È un virus che si propaga in maniera ancora non isolata e definita nello spazio e nel tempo. Ciò che poteva essere inibito era senz’altro l’origine. Ma se ammettiamo che in un mondo globale ci sia il libero scambio di merci e persone che violano ogni qualsivoglia norma sanitaria, vivremo sempre nel terrore di un’emergenza difficile se non impossibile da fronteggiare. Al mondo non si è mai difeso nessuno con la persuasione. Semmai è la prevenzione che potrà aiutare noi e i nostri figli a sopravvivere.

          1. laZac io voglio vivere, non sopravvivere. con la protezione civile riorganizzata o senza.

  1. Già…..gli italiani…..questo bellissimo popolo che è tanto artistico quanto irresponsabile, tanto nobile quanto stupido, tanto generoso quanto egoista! Si, sono italiana anche io, mi capita di non seguire le regole, ma in questo momento lo farò! Perché anche se vivo vicino ad un bosco, dove se esco posso incontrare solo cinghiali, rimanere a casa è un principio etico. E cosa molto importante, devo dare l’esempio ai miei figli…..e speriamo nell’aiuto del cielo! E degli altri italiani!

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