Edizione straordinaria il primo sbarco dell'uomo sulla luna

La Luna quel luglio del ’69

Mia nonna non credeva allo sbarco dell’uomo sulla Luna. Secondo lei il razzo non era mai partito dall’America: avevano fatto partire un finto razzo da Bologna, e il volo era finito a Rimini, o giù di lì. «Ma no nonna, è veramente partito – replicavo, appena decenne – l’uomo è arrivato sulla Luna». «Tui foss te?», c’eri tu?, ribatteva. Avevo chiesto ragione a babbo. Il babbo, sorridendo e anche un po’ serio, era andato diritto alla sua libreria, quella che adesso è a casa mia. Con quel sorriso un po’ serio aveva sfilato un unico foglio di giornale da una pila di fogli di giornali. Ce l’ho davanti: l’edizione straordinaria del Resto del Carlino di lunedì 21 luglio 1969. Titolo enorme e secco: I PIEDI SULLA LUNA. Tornai da nonna e le dissi che il giornale aveva dato la notizia, ecco le foto dei tre astronauti, un’altra foto con due di loro sulla Luna e anche quella del Papa che da Castelgandolfo guardava con un telescopio. «I l’a fata per i zurnel», l’hanno fatta per i giornali. «Ma nonna, qui hanno le tute aerospaziali, sono sulla Luna.» «Iera int o garage», erano in un garage.
Inutile cercare di convincerla con i racconti di babbo e mamma. «Guardavamo il cielo – aveva detto mamma – come se non lo avessimo mai visto, attraversato dall’astronave con i tre uomini dentro».
In una cosa nonna diceva il vero: in quel luglio del 1969 io non c’ero sul razzo che allunava. Avevo quattro anni e a malapena arrivavo alla finestra. Ma a dieci anni avevo quel giornale. Leggevo gli articoli, capivo che ne erano successe di cose: non si alluna così, da un giorno all’altro. C’era tutta una storia da conoscere. La cercai, la misi insieme, la raccontai a nonna.


La missione Apollo 11 fu lanciata il 16 luglio 1969 da Cape Kennedy, Florida, USA, alle 9 e 32 del mattino, ora locale. Le 15 e 32 ora italiana. La storia dice che il razzo vettore era nato da una bomba che si chiamava V2: inventata durante la Seconda Guerra Mondiale da Wernher von Braun. Con i V2 von Braun ci sbriciolava Londra, per l’immensa gioia di Hitler. Questa di von Braun che da Hitler passa agli americani è una delle tante storie dentro la storia dell’avventura spaziale. Sono stati scritti libri su libri, e in sostanza andò così: gli americani lo catturarono e lo misero a capo del programma spaziale. Volevano conquistare la Luna e von Braun era l’uomo adatto. Infatti ci riuscì.

Nel razzo, però, dovevano entrare degli uomini. E così gli Stati Uniti nel 1958 cominciarono anche a cercare i futuri astronauti. Li cercarono tra i piloti della seconda guerra mondiale, giovani con ore di volo alle spalle e sangue freddo. Dovevano essere laureati in aeronautica o ingegneria, capaci di correggere le variabili che ci sarebbero state; alti tra il metro e settanta e il metro e ottantadue, massimo ottantaquattro chili: per via dello spazio dentro la capsula. Si offrirono in un migliaio che verifica dopo verifica diventarono cinquecento, poi centodieci, poi sessantanove, poi trentadue, poi diciotto e da quei diciotto ne scelsero sette. I sette che, in missioni preparatorie, sarebbero andati per lo spazio. A quei sette ne aggiunsero altri per arrivare infine ai tre dell’Apollo 11: Neil Armstrong, Edwin ‘Buzz’ Aldrin e Michael Collins. L’astronave intanto era pronta.

Era alta più di centodieci metri, quanto un grattacielo di venticinque piani, con in basso il razzo vettore Saturno V e in cima la navetta con i nostri astronauti. Il compito di Saturno V era quello di uscire dall’orbita gravitazionale terrestre e spingere la navetta nella traiettoria della Luna. Dopodiché si sarebbe sganciato lasciando i tre a proseguire la corsa. Nonna diceva che erano partiti da Bologna, nel lancio finto. Ma Bologna non era esattamente tra le ipotesi della Nasa: serviva un punto vicino alla Luna, cioè all’equatore, e una posizione che tenesse conto della rotazione terrestre. Perciò partirono dalla Florida, vicina all’equatore e sulla costa orientale: il razzo avrebbe ricevuto la spinta addizionale dalla rotazione della Terra. E poi serviva un oceano per il rientro: perché senza Saturno V mancava il carburante necessario, l’unica soluzione era precipitare in mare. Non c’era Rimini sulla rotta del rientro, ma c’era l’Oceano Pacifico. Il tuffo sarebbe avvenuto lì.

Quindi: costruzione del razzo, reperimento degli uomini da infilarci dentro. Partenza il 16 luglio alle 9 e 32 del mattino. Fiammata, boato, il grattacielo di acciaio che si solleva e sale, piano, poi più veloce, sale, sale, si inclina, sparisce, esce dal mondo, entra nello spazio. Saturno V si stacca e vola via, come un aquilone, resta la navicella con i nostri verso il satellite. Arriveranno dopo tre giorni.

«Mamma, cosa facevi quei giorni?» «Mah, fammi pensare. Cucivo, cucinavo, pulivo casa, stavo con te che eri piccolina, con babbo. La sera guardavamo le stelle. Ecco, mi ricordo che di giorno ogni tanto guardavo il cielo. E lo stesso faceva la gente in strada: ogni tanto qualcuno alzava gli occhi e guardava su.» 

Una volta arrivati nell’orbita lunare i nostri si devono separare. Armstrong e Aldrin salutano Collins, strisciano dentro un vano, il LEM, che si sgancia. Collins rimane nell’Apollo a orbitare intorno alla Luna. Gli altri due scendono. Non atterrano: allunano, termine inventato per l’occasione. «Houston, Tranquility Base here.» e cioè Houston, qui Base della Tranquillità. Le 16 e 17, in Italia le 22 e 17. Domenica 20 luglio 1969.

Il primo a camminare sulla Luna è Neil Armstrong (che si era preparato la frase: “One small step for a man, one giant leap for mankind” Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità). Lui e Aldrin, oltre a salutare e piantare la bandierina, passano il resto delle ore in esperimenti per provare le ipotesi fatte sulla Terra. Poi risalgono, ripartono. Collins li riaggancia, si riabbracciano, rientrano nell’atmosfera, si tuffano nell’Oceano Pacifico da dove li ripescano, ed è fatta. Sono tornati e sono vivi, mamma è felice. Anche Paolo VI, ovviamente.

Il mondo con il naso all’insù, si spalancava alle domande: il Papa col telescopio che dice? E la vita nello spazio: esiste? Anche la Chiesa si domandava e cercava risposte: aveva iniziato un ragionamento sulla possibilità che ci fossero altri mondi abitati. Se Cristo è nato e morto una sola volta e per tutti, significa che solo la Terra è il pianeta con l’esperienza del Risorto? La conclusione fu che sì, è così, Cristo non è nato, morto e risorto qua e là in giro per lo spazio (come non è nato oltre che a Betlemme anche a Bologna, o morto e risorto oltre che a Gerusalemme anche a Rimini, tanto per fare esempi). La Terra, dopo aver assistito alla nascita del popolo eletto, si prendeva la rivincita diventando il pianeta eletto. E alla domanda: “C’è vita su altre stelle?” la risposta continua a essere che la vita non è impossibile nel resto nello spazio. Il che apriva, apre, altre indagini. Ben oltre la Luna. Molto meglio della chiusura di nonna: “I l’a fata per i zurnel”.

Ci voleva questo anniversario. Non la guardavo da un sacco di tempo, è proprio bella.

4 pensieri su “La Luna quel luglio del ’69”

  1. Nonna fantastica, come tutte le nonne d’altronde. Non per niente in inglese è detta Grande Madre.
    Bravissima Daniela 😘🌹

  2. Molto bello questo modo di ricordare. Scrivi in modo creativo, catturi l’attenzione, comunichi informazioni senza mai essere pesante. MOLTO BRAVA

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