Un cuore vivo

Non era male lavorare allo sportello del Cup. Gli utenti più frequenti erano persone anziane e a lei, le persone anziane, erano sempre piaciute. Provava una gran tenerezza per le vecchie signore che arrivavano fino al suo sportello per prenotare visite specialistiche: avevano qualcosa che le ricordava sua mamma, adesso in Cielo. A dire il vero la mamma era morta a settantaquattro anni appena e per qualche tempo non aveva più tollerato le signore anziane. Come si permettevano di campare oltre i settantaquattro? Con che diritto?  Settantaquattro era l’ora giusta, su, via in Paradiso. Quella stizza, invidia, come aveva confessato al parroco, era passata, scacciata a gomitate dall’originale simpatia per i capelli bianchi e soffici come bambagia delle ottantenni, e le mani da lavoratore romagnolo dei mariti o vedovi. Le persone di quell’età erano tutte mogli o mariti, oppure lo erano state. Agli occhi delle colleghe il suo sportello era una calamita per gli anziani. Lo era anche per i residenti in provincia di Caserta: se c’era una persona residente a Caserta fra le cento che affollavano la sala d’aspetto, state certi che arrivava al suo sportello. Aveva voluto molto bene a un casertano e adesso lo stesso Cielo dov’era la mamma le mandava tutti i casertani di passaggio al Cup. Il Cielo ha un suo modo per non lasciare sole le persone.

Oltre agli anziani e ai casertani al suo sportello arrivavano anche magrebini in cerca di esenzioni e parenti con richieste di prelievi a domicilio per il genitore immobile nel letto di casa. Di più il Cup non offriva ma per lei era comunque una bella varietà. I familiari degli anziani usavano ore di permesso e giorni di ferie per fare la fila dal medico di base poi la fila al Cup e arrivavano esausti e vittoriosi al suo sportello. Spesso il medico dimenticava di scrivere ‘prelievo a domicilio’ e allora dovevano ricominciare tutto daccapo, non senza arrabbiarsi. In cuor proprio dava loro ragione. Chi non batteva ciglio erano le badanti, pagate dalla famiglia: fare la fila dal medico o al Cup o stare a casa con l’anziano era lavoro, non cambiava nulla.

Riconosceva da lontano i figli e le figlie dei prelievi a domicilio, molto prima di leggere la ricetta rossa. Si distinguevano per l’aria tenace e insieme frastornata. Vedeva in loro la stessa tenacia dei casertani in cerca di lavoro e dei magrebini in cerca di esenzioni. L’aria stordita era perché il crollo del genitore li aveva colti di sorpresa e cercavano di affrontare e risolvere la situazione che da qualunque parte la si guardasse risultava molto, molto complicata. Arrivavano con il prelievo a domicilio un giorno e il giorno dopo con la richiesta di una Tac all’encefalo, poi tornavano per la visita geriatrica e poi dopo mesi sventolando il verbale dell’Inps che attestava l’invalidità. Per averlo erano passati anche dal patronato e adesso glielo consegnavano fieri come fosse la laurea del figlio, cioè del nipote dell’anziano. Invece era il verbale provvisorio valido appena tre mesi. Quello definitivo arrivava qualche giorno dopo e – indovinate? – sarebbero tornati e nemmeno per l’ultima volta: raramente la scadenza era illimitata e di volta in volta andava prorogata. Perché l’Inps mandasse due verbali a distanza di pochi giorni uno dall’altro, ognuno in duplice copia, perfettamente identici se non per la scritta PROVVISORIO in uno e DEFINITIVO nell’altro, in due buste ugualmente gonfie, questo Dio solo lo sapeva. Un mese dopo l’altro li vedeva arrivare sempre più stanchi perché oltre al genitore da accudire avevano figli da seguire e un lavoro da svolgere. ‘Come faranno? – si chiedeva l’impiegata – come faranno a reggere tutto, genitori ammalati, famiglia, lavoro? Io non ci riuscirei’. Il suo papà era vispo, camminava su e giù per il paese e la domenica preparava la carne alla griglia per lei e i nipoti. Comprava i cappelletti dalla pasta fresca, loro arrivavano da Forlì con il brodo ben sigillato in bottiglie dopo che a una curva la pentola tenuta dal maggiore tra le gambe aveva allagato pantaloni e tappetini.

Immaginava i familiari impazienti nella sala d’attesa, gli anziani a cui si gonfiavano caviglie e piedi, ma tutto quello che poteva fare era prenotare correttamente, registrare quel che le portavano e ammirarli. Avrebbe voluto fare di più ma non aveva nulla più di quell’affetto inspiegabile – strano, no? – per loro. Tutto quell’andirivieni di mogli o mariti, vedove o vedovi, figlie o figli aveva di certo un senso che non vedeva. Quando alle due abbassava la tendina dello sportello era contenta.

La alzò e abbassò per due anni, cinque mesi e tre settimane. Poi con un concorso si spostò in Comune ai Lavori Pubblici. Da quel giorno gli anziani, i loro familiari e i casertani furono distribuiti dal caso ai vari sportelli.

Quando suo padre decise che non sarebbe più andato a letto a dormire e che preferiva il divano, lei non capì subito. Ci vollero altri segnali sempre più inequivocabili finché il crollo divenne evidente e fu necessario ricoverarlo: il primo di tanti viaggi in ambulanza. Non ne fu travolta. Aveva avuto, in un qualche modo misterioso, un apprendistato. Libera dagli intrichi amministrativi che conosceva a menadito poté dedicarsi a quel che non sapeva: come stargli accanto perché tutti loro potessero di nuovo essere, in un modo ancora sconosciuto, felici. Lei e i suoi figli entrando nella stanza d’ospedale, prima, poi nella cameretta che gli avevano preparato nella loro casa, avevano in mente una sola cosa: volevano stare bene, insieme. Il come era da imparare. Scoprirono che a fargli le domande si agitava perché non rintracciava più le parole che intendeva usare mentre si tranquillizzava se gli parlavano del più e del meno, come si fa tra amici, senza interrogatori. Una cugina le consigliò un libro su un approccio con le persone disorientate. Lo divorò in una delle notti di veglia al letto del padre e tempestò di telefonate e mail il sito indicato nel retro della copertina finché non ottenne il nome di una persona che avrebbe potuto insegnarglielo.

Claudia Florea aveva conquistato il Master Formatore di ApproccioCapacitante® – scritto così, tutto attaccato e con la erre in fondo – a Milano, alla scuola del professor Vigorelli, ideatore del metodo e fondatore del Gruppo Anchise. Lavorava come coordinatrice infermieristica in una casa di riposo e lesse la mail mentre era in vacanza in Romania, sua terra d’origine. Una sconosciuta le chiedeva di imparare il metodo per stare con il padre: bellissimo, pensò. Da anni formava il personale della struttura dove lavorava e vedeva la tristezza dei parenti. Se solo sapessero quanto c’è ancora nell’ammalato, pensava, se solo imparassero il metodo. Perciò quando le due donne si incontrarono si travolsero a vicenda con idee e speranze per sé stesse, per gli ammalati e i parenti, si scoprirono a volersi bene come gemelle separate alla nascita e stesero un progetto per un gruppo dove Claudia avrebbe guidato i familiari (e di conseguenza i loro anziani) attraverso un pezzo di vita così faticoso e all’apparenza incomprensibile.

Quel che entrambe non sapevano era che le amiche dell’impiegata erano decise a partecipare e avevano già sparso voce così che le iscrizioni sarebbero state il doppio dei posti consentiti. E nemmeno potevano immaginare che l’anno successivo l’associazione La Rete Magica (da dodici anni a Forlì a sostegno di familiari ed ammalati di Alzheimer e Parkinson) avrebbe promosso i corsi e che, sostenute dall’Amministrazione comunale, avrebbero condotto altri gruppi in parallelo per rispondere alle settantasei mail di richieste piovute in pochi giorni.

Quel pomeriggio, quando si conobbero, non avevano altro che un cuore vivo. La sera l’impiegata abbassò la tapparella nella camera del padre con la stessa leggerezza con cui per due anni, cinque mesi e tre settimane aveva abbassato la tendina dello sportello al Cup. Poi andò a letto, felice.

12 pensieri su “Un cuore vivo”

  1. Daniela sei meravigliosa. Io so cosa vuol dire vivere con una persona malata di demenza senile. Io sono stata aiutata dai miei figli e da mio marito ma quanta fatica. Ci hanno guidato l’amore e il buon senso e ce l’abbiamo fatta a non scoppiare. Fate bene ad aiutare le famiglie ce n’è veramente bisogno. Un abbraccio

  2. Ormai potremmo tutti fare sportello al CUP. Ne conosciamo ogni centimetro. Però questo racconto scorre di più. Vai migliorando….

    1. magnifico che conoscete così ogni centimetro del cup!!! proprio quello che volevo!!!
      ma sai che me lo dice anche la mia amica Patricia che scorrono meglio? vedrai il prossimo!!!

  3. Cara Daniela, averti incontrato casualmente l’altra sera al cinema mi ha permesso di conoscere, diversamente dal rapporto formale che possiamo avere avuto parecchi anni fa, una persona aperta, sensibile, generosa che svolge un compito tanto necessario quanto impegnativo e faticoso.
    Aggiungo che mi è sembrato di cogliere, quando ti sei raccontata, un entusiasmo ed un coinvolgimento umano che fanno di te una persona speciale capace di sentirsi felice e realizzata in un ruolo che molti eviterebbero.
    Sono davvero contenta di averti rivisto e di avere partecipato a questo tuo impegno che ti fa onore e per il quale mi congratulo con te di cuore.
    Tienimi informata su quello che fai e considerami una tua affezionata sostenitrice. Un abbraccio, Paola

    1. cara Paola che bello incontrarti ancora e in un modo, come hai detto bene tu, per nulla formale che ci ha permesso di essere trasparenti! una Dioincidenza come la chiamerebbe una mia amica. grazie e certamente ti scriverò per dirti come prosegue questo bellissimo progetto! un abbraccio!

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