virgola

Le virgole di Tiberio / La Signorina Giulianini

Quando Tiberio le consegnò il foglio protocollo fitto fitto di parole per tutte le quattro colonne disponibili, la Signorina Giulianini ebbe un sobbalzo. Non era mai successo, prima. I temi in classe di Tiberio occupavano in genere una colonna e mezzo, ed erano scritti lasciando grande spazio tra una parola e l’altra, in modo da superare – sia pur faticosamente – almeno la prima facciata. Questa volta, invece, il foglio protocollo le pesava tra le mani da quante parole raccoglieva, zuppo di inchiostro e di virgole affollate come gocce nella pioggia. Un temporale che, dopo essersi abbattuto sulle righe, le avrebbe certamente allagato la cattedra.

Piegò, dunque, il foglio protocollo e lo ficcò in borsa. Guardò Tiberio: quel ragazzino silenzioso, che a dodici anni si esprimeva con gli spazi bianchi dei silenzi, più che a voce, si osservava le mani macchiate dalla biro blu. Sembrava chiedersi come avesse fatto a sporcarsele così tanto, scrivendo un tema. Anche lei se lo stava chiedendo.

Il tema era la conclusione della settimana passata sulla punteggiatura. I segni di interpunzione, a volerli chiamare con il loro nome. La virgola, che faceva avanzare il discorso, avanti e avanti; il punto e virgola, che avvisava esserci ancora dell’altro; i due punti, che spiegavano: andando a dettagliare quel che si era solo accennato.

La valanga di virgolette: quelle doppie, e lì aveva scongiurato la scolaresca di usarle “solo per farci scivolare quasi per caso le parole ascoltate”: i discorsi indiretti, in pratica; quelle a uncino, che aveva disegnato sulla lavagna, avvisandoli: <<fate sentire a chi vi legge le parole pronunciate>>, i discorsi diretti, insomma; quelle semplici, sempre che ‘semplice’ si possa dire di una virgoletta, da usare per alludere: e aveva portato in aula un giornale che titolava: I MANOSCRITTI ‘SEGRETI’ DEL SENATORE: insomma, lo erano oppure no?

Velocemente aveva ricordato i puntini di sospensione, che detestava… le faccende in sospeso le mettevano ansia; e le parentesi (detestate al pari dei puntini: cosa poteva esserci mai di così interessante da dover essere messo tra parentesi?).

Un’intera mattina l’aveva dedicata alle lineette – le sue preferite, da usare per gli incisi – e che le usassero pure, il mondo aveva bisogno estremo di personalità incisive. Era certa che un uso adeguato delle lineette formasse il carattere. Lineette a più non posso – mai più di due nella stessa frase o non si sarebbe distinto l’inciso dal resto – purché aperte, prima, e chiuse, dopo.

Punto esclamativo da dosare con cura, “State scrivendo un tema, non un fumetto!”; punto interrogativo da usare con umiltà, per non rischiare di comporre domande retoriche: “Cosa mai potremo fare per migliorare il pianeta?”. Nel qual caso l’unica risposta la dava in rosso, con l’annotazione: ‘Ecco il numero della Casa di Riposo. Hanno bisogno di qualcuno che falci il prato’.

Infine il punto fermo, che lei adorava, perché con certezza chiudeva il discorso. Il paragrafo. Il capitolo. Tutto.

Ecco il titolo del tema dato quel sabato: ‘Qual è il segno di interpunzione che preferisci, e perché’, e lei friggeva dalla voglia di leggere cos’avesse scritto Tiberio. Se in quel momento fosse stata la conduttrice di un programma a premi avrebbe potuto gridare: “Tempo scaduto!”. Ma non era la conduttrice di un programma a premi, era la professoressa di italiano, e le toccò aspettare. Aspettò fino al suono della campanella, aspettò ancora che l’ultimo alunno consegnasse la propria fatica, aspettò ad alzarsi. Salutò compostamente la classe e uscì. Uscì dall’aula, dall’edificio, dal giardino della scuola. Svoltò l’angolo e iniziò a correre verso casa.

‘Qual è il segno di interpunzione che preferisci, e perché’: Tiberio aveva scelto la virgola. L’aveva scelta per fare la prova se era vero quel che la Signorina Giulianini aveva detto. E cioè che la virgola permetteva di fare avanzare il discorso, avanti e avanti, “aggiungendo parole a parole, frasi a frasi, sollevandole, su e su, come i fagioli nell’acqua che bolle per la zuppa, – aveva scritto – quella che prepara la mia mamma, con i fagioli neri, i borlotti e i cannellini, e mentre bollono fanno un borbottìo, nei fagioli c’è un ritmo, in queste parole c’è un ritmo, come nelle note che studiamo a musica, c’è una musica dentro, qui lo danno le virgole, lo sento mentre scrivo, e a questo punto, se ci faccio caso, mi accorgo che scrivo questo tema canticchiando, mi accorgo che le mie virgole hanno un ritmo – “le virgole di Tiberio!”, pensò la Signorina Giulianini esterrefatta, “Santo Dio, sono diventate le sue virgole!” – mi accorgo di aver trovato una musica, e la scrivo così, aggiungendo virgole per continuarla, avanzando con le parole, per dire quel che voglio dire, per catturare il discorso, come col mestolo ho catturato il fagiolo, nell’acqua che bolliva, e quello che voglio dire è che mi piace, mi piace sollevare le parole come fa l’acqua con i fagioli, tenerle su in cima al bollore, e anche se perdo il ritmo, poi lo riprendo, veloce, lo riacciuffo, lo raccolgo, rapido, come ho raccolto il fagiolo” e avanti così per quattro colonne.

La Signorina Giulianini continuò a leggere proseguendo di virgola in virgola, fino alla fine: “mi accorgo di essere pieno di parole, come la zuppa è piena di fagioli, con l’allegria di mamma che cucina, così mi viene anche voglia di parlare con le virgole, non solo di scriverle, mettercele mentre parlo, di parlare proprio, ma non adesso, perché dopo tutte le virgole ho male al braccio dal gran scrivere, mi va di riposarmi, magari assaggio un po’ di zuppa, e per questo uso il punto fermo”.

La Signorina Giulianini riconsegnò i temi, tenendo quello di Tiberio per ultimo, e volle che lo leggesse alla classe. “Capite qual è la cosa straordinaria? – quasi strillò – Tiberio non ha usato le parole per dire cos’ha la virgola di speciale. Gliel’ha fatto fare!”

Sul foglio protocollo c’era scritto:

10 e lode

Per aver usato senza tregua tutte le virgole che ci stavano nel tuo braccio

P.S.: La tua voce… è bella. (Vorrei ascoltarla)

rinnegando in una sola riga l’insofferenza per i puntini di sospensione e le parentesi.

Quella sera Tiberio andò a dormire felice e sognò di leggere un altro tema pieno di virgole.

16 pensieri su “Le virgole di Tiberio / La Signorina Giulianini”

  1. Bellissimo come al solito le tue parole si trasformano in immagini, oggetti ,azioni e volti con le loro espressioni .

  2. Bellissimo virgola direi commovente. Chi non vorrebbe un alunno come Tiberio virgola e un’insegnante come la signorina Giulianini?!

  3. Bello è banale. È travolgente.
    Ti fa venir voglia di conoscere Tiberio e ti dispiace non avere avuto come insegnante di lettere la signorina Giulianini.
    Riesci a rendere tutti i racconti molto piacevoli e di gran compagnia
    Antonella

  4. Eccomi!
    Al quarto tentativo riesco, mi emoziono più del solito, mi accorgo che anche il mio ritmo è cambiato, anche quello del respiro, tu sai perché.
    Mentre leggevo mi chiedevo se non sarebbe stato meglio qualche punto, poi hai descritto il loro ruolo ed ho capito che ne ho sempre usati troppi.
    Benissimo!

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