Una fiaba per Benedetta – 4a puntata

V

LA REGINA

– E adesso che si fa? – chiese Elsa a Luca, tenendosi in testa la corona. Si trovavano nella stanza della principessa. Avevano parlato tutta la notte ed era tardissimo. – Io sto bene solo con la corona in testa. Alessandro sta male e se mi tolgo la corona per darla a lui poi sto male io. Cosa faccio?   

E le ore passavano, il torneo si avvicinava, mancavano due notti e un giorno.

Si toccò la corona pensosa. – E se ne facciamo fare un’altra da Mastro Pietro e la diamo ad Alessandro?

– Non mi sembra una grande idea. Poi entrambi dovreste girare tutta la vita con le corone in testa. Non potreste toglierle più. È impossibile. No, bisogna affrontare la strega.

– Non ne posso più di star qui dentro – ansimò Elsa – Ho bisogno di aria. Esco nel parco.

Elsa fa proprio come me. Certe volte manca l’aria e ho bisogno di uscire in terrazzo” – commentò Benedetta.

“Sei stanca? Posso finire di leggerla un’altra volta”.

“Ti dispiace se ci fermiamo? Mi è venuta fame e mi sono venute le formiche alle gambe” ammise la bambina.

“Ho fame anch’io: che ne dici di un giretto al parco e un crescione al chiosco?” propose la madre.

Aveva nevicato. Si coprirono ben bene indossando giacca a vento, guanti, sciarpa e berretto, infilando due paia di calzini e gli stivali impermeabili. Il loro condominio confinava con i giardini pubblici e impiegarono pochi minuti ad arrivare. L’aria era gelida in quel pomeriggio di novembre, fu un piacere affondare i denti nel crescione bollente, ripieno di spinaci.

Benedetta andava matta per il crescione alle erbe. Chissà se Elsa ne aveva mai mangiato uno? Forse non c’erano ai tempi della fiaba. Con i dentini ne staccò un angolo, stando attenta a non scottarsi, e lo gustò a occhi chiusi: le dispiaceva per tutti i personaggi della fiaba che non avevano mai potuto assaggiare una simile bontà. In inverno fa buio presto e la madre osservò che sarebbe stato perfetto proseguire a leggere la fiaba perché era notte anche là, da Elsa. Dunque entrarono in casa, si tolsero giacca a vento, guanti, sciarpa, berretto, stivali e calzini. Accesero il fuoco nel caminetto e sedettero nel divano riprendendo dove avevano lasciato. Fuori continuava a scendere la neve.

Nel parco del castello, invece, la neve che vedeva Benedetta non scendeva: là era estate.

Se la Regina avesse saputo che Elsa si intratteneva nella propria stanza in chiacchiere con Luca, e per di più di notte, sarebbe andata su tutte le furie. Ma si sarebbe arrabbiata molto di più se l’avesse vista camminare sola, al buio, nel parco. Perché la sua severità aveva comunque radici nella sana prudenza e voleva evitare che la figlia prendesse freddo, o venisse aggredita da qualche animale pericoloso.

Così quando la vide si preoccupò. Pensò che stesse ancora male e vagasse in preda a un delirio. O, peggio, che qualcuno le avesse teso un tranello in casa propria. Anche lei aveva sentito correre voci di malefici e streghe ma era una donna concreta e non voleva crederci.

Nel dubbio seguì la figlia che però non si muoveva affannosa o incerta, come chi sta male, bensì camminava sicura dei propri passi, con solo la luna a illuminare debolmente i sentieri. Certo era un tranello, pensò la Regina, qualcuno che le aveva dato appuntamento per farle del male. Stava per perderla di vista finché all’ultimo la intravide infilarsi attraverso un cespuglio di iris. Un passaggio segreto!

Corse e si gettò attraverso il cespuglio finendo così faccia a faccia con la figlia. Tale fu lo spavento che entrambe cacciarono un urlo poderoso e ci volle qualche secondo di terrore prima che si riconoscessero. Elsa fu la prima a riprendersi:

– Mamma! Che ci fai qui?

– E tu, piuttosto! Non puoi uscire dalla tua stanza di notte! – le gridò la madre, portandosi una mano al cuore che sembrava volesse scoppiarle in petto.

– Questo è il mio posto – balbettò la figlia, colta di sorpresa.

– Di notte? – chiese la madre, non sapendo che pensare.

– No, ci vengo di giorno… è per stare sola. È il mio rifugio – rispose Elsa, vergognandosi un po’.

In quel momento avere un rifugio le sembrava una cosa da bambini. La Regina s’imbarazzò per aver pensato male. Non potendo però dare segni di cedimento riprese:

– Elsa, non si fa! E di notte, anche! Se ti vede qualcuno cosa penserà?

– Che m’importa! Sono la principessa! Posso girare nel mio parco quando mi pare!

Il ragionamento non faceva una grinza, e la Regina fu costretta a cambiare fronte:

– E se ti succede qualcosa? Diranno che io e tuo padre ti lasciamo andare in giro da sola di notte! No Elsa cara. Questo mai. Siamo il Re e la Regina e non possiamo essere accusati di negligenza. Ne andrebbe della nostra credibilità, capisci? Hai bisogno di questo rifugio? E va bene. Ma di giorno. E non all’ora dei pasti. Di notte no tesoro. Senti che umidità, vieni, torniamo a palazzo. Ieri ti sei sentita male, non ti lascio qui da sola – e le catturò la mano.

Sua figlia capì che se avesse continuato sarebbe esploso un inutile litigio. Quando la madre ragionava così non c’era verso di farle cambiare idea, sarebbe arrivata a chiamare le guardie per farla portare al castello. Rinunciò e si mosse per rientrare. La Regina ci teneva comunque a stemperare la tensione. In modo affettuoso e con tono più discorsivo le chiese: – Ti piace tanto la tua corona, tesoro? La porti anche quando dormi, mi hanno detto.

– A te invece non piace, vero? – chiese di rimando Elsa, liberando la mano dalla stretta materna.

– A me no, infatti, ma se devo dirti la verità a te sta bene. È… originale, ecco. E tu sai che a me le cose troppo originali non piacciono. L’unico gioiello che porto sempre è l’anello del nostro casato – e si rigirò al dito l’antico anello dall’enorme pietra nera – la corona la metto solo per uscire.

Elsa sentì un bisogno disperato di raccontarle ogni cosa. Forse quello era il momento giusto. Si fermò:

– Sai perché la porto? Mi protegge, l’ha fatta Mastro Pietro che ci ha messo una reliquia di San Giovanni.

– Elsa non nominare San Giovanni invano! E quanto al resto, sono chiacchiere di popolo che non voglio sentire! – rispose la Regina. Erano nel frattempo arrivate a palazzo. Due soldati stavano di guardia al portone. La Regina salì gli scalini ed entrò precipitosamente senza girarsi. “Quando mi succedono cose diverse da quelle che hai vissuto tu, ti spaventi”, capì Elsa, salendo la scalinata sicura, a testa alta. In quel momento un gatto sbucò miagolando da sotto un vaso di fiori e le si infilò tra i piedi. Elsa urlò dallo spavento – per la seconda volta quella notte! – con tutto il fiato che aveva in gola, oscillò in cima ai gradini rischiando di cadere e rompersi una caviglia, poi recuperò la postazione eretta e scappò in casa.

La Regina non aveva tutti i torti!

Le guardie chiusero il portone.

VI

IL PAPÀ DI ALESSANDRO

Il sole si era da poco levato quando Alessandro e Paolo scesero in cortile, dovevano provare i cavalli. Li lanciavano al galoppo per poi farli sterzare bruscamente e riprendere la corsa. Manovre che le bestie conoscevano a memoria, esercizi necessari per la giostra dell’indomani: il galoppo per lanciarsi contro l’avversario, la sterzata esterna per colpire e di nuovo il galoppo per sfuggire al fendente nemico. Non occorreva che Alessandro piantasse gli speroni nella pancia del cavallo: l’animale sapeva cosa il padrone voleva da lui. Era uno splendido corsiero nero, nato per i tornei. Dove non fosse arrivato il cavaliere, sarebbe arrivato il cavallo. Se il cavaliere fosse stato stanco, il cavallo avrebbe sopperito.

– Bravo Morello, bravo – gli disse porgendogli una carota – Vai così, bravo.

Aveva un gran desiderio di rivedere Elsa.

Nervosamente si accese la pipa.

– E questa da dove salta fuori?

– Nel 1300 la pipa c’era – si difese la mamma.

– E secondo te Alessandro è un tipo da pipa?

Si accese una sigaretta.

– Ma per favore! Alessandro va a cavallo, tiene alla salute, tu gli dai una sigaretta?

Si accese una sigaretta elettrica.

– Non c’erano! Non c’erano le sigarette elettriche!

– Era nervoso, doveva fare qualcosa.

– Magari va dalla sua principessa?

– No, è concentrato sul torneo, non pensa ad altro.

– Fai che lo capisce il suo amico e glielo suggerisce!

 Paolo suggerì:

– Non stare a sprecar tempo qui, sai giostrare meglio di chiunque. Fatti un giro dalla tua principessa.

– Prima il dovere, Paolo, lo sai.

Ripresero a mandare al galoppo i cavalli. Galoppo, sterzata, galoppo. Galoppo, sterzata, galoppo. Ma durò poco.

– Hai ragione tu Paolo! Ci vediamo più tardi! – si liberò Alessandro e per la prima volta nella sua vita, ruppe la regola che aveva sempre rispettato, lasciò briglia sciolta al suo cavallo che si lanciò al galoppo verso il recinto, lo saltò e via verso il castello.

– È atteso, signore? – chiese il valletto.

Alessandro teneva Morello alla briglia ed erano entrambi sudati. Puzzavano, anche, dello stesso odore. Si schiarì la voce cercando di darsi un contegno.

– Vai a dire alla principessa che il cavaliere Alessandro la vuole vedere.

– Devo prima informare la Regina, signore – ammonì il valletto.

– Informa prima chi ti pare. Ma ricordati di avvisare la principessa – rispose Alessandro deciso.

– Allora signore farò così: io andrò ad informare la Regina e manderò una guardia a informare la principessa. Dimodoché potrà vedere entrambe – studiò l’omino.

Alessandro avrebbe voluto ruggire, invece sospirò.

– Fai come devi. Sbrigati però.

Il valletto si dileguò lasciando cavallo e cavaliere nel cortile interno del castello. Era un cortile coperto, quadrato, circondato su tre lati da un colonnato largo così da poter essere percorso comodamente dalle carrozze. Era diverso da come lo ricordava. La sera del ballo era ravvivato da numerose fiaccole, adesso era in penombra, la luce del sole penetrava solo da un lato, dove si apriva la doppia scalinata che portava al parco. Elsa nel frattempo era giunta, e di corsa anche. Ma si era fermata appena un po’ lontano per osservarlo con calma. Le piaceva proprio. Così alto. Le spalle larghe. I capelli un po’ lunghi adesso spettinati. Tutto in lui emanava solidità.

– Buongiorno cavaliere – lo salutò con voce dolce.        

Alessandro si girò, la vide e sorrise. Non poteva fare a meno di sorridere quando la guardava. “Finalmente”, pensò. Era così radiosa che anche il loggiato ne veniva illuminato.

– Buongiorno principessa – rispose avvicinandosi – hai dormito bene?

– Meglio della notte scorsa – rispose Elsa di fretta, accorgendosi di essere agitata.

– Potrei dire lo stesso. Sei pronta per il torneo?

– Tu piuttosto, bada di non sbagliare! Sei venuto a chiedermi un aiuto?

– Sono venuto a salutarti. Portiamo Morello a fare un giro?

Elsa fece strada verso il parco, fino al belvedere dove stettero ad ammirare Firenze.

“È quel belvedere in quei giardini dove ci hai portato quando siamo andati a Firenze?”

“Sì è quello lì. Veramente non esisteva ancora ma per scrivere la fiaba ho pensato a quei giardini e al loro palazzo.”

“Cosa vedevano?”

“A Firenze in quel periodo c’era già Santa Croce, la chiesa a righe bianche e nere davanti alla quale hai visto giocare il calcio in costume. C’era Palazzo Vecchio, quello con la torre altissima in piazza della Signoria, di fronte alla pasticceria dove Paola e Dario ci hanno portato a fare colazione, ti ricordi?”

“Certo.”

“Però non c’era la fontana del Nettuno l’avrebbero scolpita centocinquant’anni dopo. E nemmeno gli Uffizi, i giardini Boboli… addirittura il Ponte Vecchio era in legno. Lo hanno costruito in pietra solo dopo un’alluvione, nel 1350.”

“Ti sei documentata! Come per scrivere un articolo! Questo non è un articolo! È una fiaba! U-na-fia-ba!”

“Infatti c’è un palazzo con dei giardini che non esistevano ancora. Certo c’era la città. Le vie con le case alte e strette, il sole di giugno, il fermento della Festa del Patrono imminente, con i drappi a San Giovanni appesi alle finestre. Elsa e Alessandro guardavano questo. Veramente c’erano le guerre tra guelfi e i ghibellini, ma non le ho messe, contenta?”

“A quel punto non ti avrei ascoltata più.”

– Amo questa città – disse Elsa dopo un po’, rompendo il silenzio – Vorrei fare qualcosa per Firenze, solo non so ancora cosa.

– Io un progetto ce l’ho – svelò Alessandro – voglio riunire i migliori medici in un palazzo dove i più poveri possano essere curati, dal momento che i ricchi hanno già i migliori dottori. Anche se poi… soffrono e muoiono come gli altri – e mentre diceva questo un’ombra di dolore gli passò negli occhi.

– Non ho conosciuto tua madre al ballo – intuì Elsa.

– È morta tre anni fa. Nel castello entrò un male che contagiò la servitù… e lei. I dottori riuscirono a non farla soffrire troppo. Senza di loro sarebbe stato uno strazio. Per questo – e ritrovò lo sguardo fiducioso e deciso – voglio che tutti possano essere curati. Che nessuno resti solo. È il mio progetto e lo realizzerò. Quest’anno inizio a studiare medicina. E tu che sogno hai sotto quella corona? È particolare, ha delle pietre dalla forma strana, sembra ammaccata. É la corona di famiglia?

Elsa non aspettava altro. Gli raccontò tutto, di come era stata male, della corona benedetta che non toglieva più, della serva che aveva intuito una maledizione, del ragazzo che aveva scoperto una donna che con un accidente faceva azzoppare un cavallo e rompere la spalla al cavaliere, della Regina che non le credeva.

– Non so che ne sarà di noi due – concluse guardandolo ben fisso negli occhi – ma non voglio che possa esserci qualcosa che disturbi la nostra scelta.

– Allora andiamo da mio padre. Lui ha esperienza, saprà cosa consigliarci.

– Da tuo padre? – Elsa si agitò – Quando?

– Hai impegni di corte, adesso?

– Adesso? Non sono pronta, non posso vestita così!

– Stai benissimo, saliamo a cavallo.

– A cavallo? Fuori? Con te?

– Preferisci andare a piedi?

– Ma ci vedranno tutti!

– E cosa vedranno? Un ragazzo e una ragazza a cavallo.

– Dici poco! Aspetta che lo vadano a dire a mia madre.

– In questo momento temo più la strega di tua madre.

– Allora mi credi! – gridò lei trionfante.

– Certo che sì. Andiamo.

Fu così che le guardie videro uscire da palazzo Alessandro e la principessa su un cavallo al galoppo. Rimasero impietriti e fecero per intimare l’altolà ma i tre avevano già imboccato una via traversa ed erano scomparsi dalla vista. Arrivò il valletto trafelato, gocce di sudore sul volto e sul collo, aveva cercato ovunque la Regina senza trovarla.

– Non possiamo lasciare soli i due giovani troppo a lungo – ansimò – non sono riuscito ad avvisare Sua Maestà. Vado a cercarli. Sono al parco? Dove sono?

Le guardie si lanciarono un’occhiata, con gesto sicuro indicarono Firenze: – Là!

Il padre di Alessandro era in piedi davanti alla finestra dello studio e guardava fuori. Elsa e suo figlio erano seduti alle sue spalle. Si erano presentati senza preavviso ed erano entrati piuttosto scomposti. Li aveva fatti sedere e li aveva ascoltati con pazienza. Alessandro aveva parlato un pezzo spiegandogli ogni cosa, chiedendo a tratti ad Elsa di intervenire. Adesso aspettavano che lui si pronunciasse. Che dicesse qualcosa. Aspettavano tenendosi per mano. Erano così giovani e veri: non parlavano d’amore, lo incarnavano, erano talmente traboccanti di speranza, passione, paura e certezza, che non riusciva a riflettere guardandoli negli occhi. Gli ricordavano troppo com’era lui alla loro età, così pieno di ideali e innamorato.

Alla fine si era alzato ed era andato alla finestra. L’Arno si muoveva placido sotto il sole di giugno. L’indomani sarebbe stato il giorno di San Giovanni, del torneo e dei futuri sposi. Si sarebbe deciso il pezzo più importante della loro vita.

– Sono d’accordo con Elsa – disse voltandosi – non possiamo permettere che una persona malvagia disturbi questo torneo e la scelta.

– Babbo, la scelta c’è già stata – affermò con forza Alessandro.

– Sì, l’ho visto. Lo vedo. La scelta c’è già stata. Ma il torneo no. La strega alloggia a Firenze, avete detto, con suo figlio.

– In un casale di Là d’Arno.

– Bene. A Firenze è sola. Noi siamo in molti. Abbiamo tanti amici – guardò Elsa – e il popolo che ama e rispetta la tua famiglia.

– I miei genitori non muoveranno un dito – scoraggiò la principessa, guardando il pavimento.

L’uomo rifletté: occorreva convincere il Re e la Regina se voleva avere il popolo dalla loro parte.

– Tu credi? Nemmeno se io parlo con tuo padre e gli spiego che vedrà sfumare tutto quello che ha costruito, se il duca grigio vince il torneo? Lo conosciamo quell’individuo, sappiamo come ha fatto ad avere il titolo e come sua madre ha messo insieme il patrimonio. Vedrai quando tua madre si renderà conto che razza di gentaglia ha invitato al torneo. Cosa diranno gli altri illustri ospiti quando lo scopriranno? La Regina diventerà lo zimbello dello Stato.

– Capiranno il rischio che stanno correndo – rifletté Elsa, parlando lentamente, alzando la testa – e chiederanno a tutti di armarsi contro la strega.

– Sì, e noi faremo lo stesso. Ci armeremo ben bene, e ci corazzeremo con le armi che suggerisce il tuo Protettore.

– È Protettore anche di suo figlio – lo corresse Elsa, ma rideva – Quali armi?

– La verità dei fatti. Del resto lo dice anche il popolino: San Giovanni ‘un vôle inganni. San Giovanni non ebbe mai paura di dire la verità. Diceva la verità ed esortava a cambiare vita. Faremo lo stesso. Diremo la verità e inviteremo la strega a cambiar vita.

– Non vuoi ucciderla? – si scandalizzò Alessandro.

– Quanto hai ancora da imparare! Non è così forte come pensiamo, se basta una reliquia a fermarla. Per adesso non occorre ucciderla. Basterà farle paura. Se non ho sbagliato a giudicare, scapperanno a gambe levate lei e il figlio.

– Ci manderanno tanti accidenti da provocare un terremoto – meditò Elsa che pensava al suo popolo.

L’uomo rifletté. Occorreva fare presto. Approfittare del fatto che la festa a San Giovanni cominciava la sera stessa, con i Vespri, alle sei. Avrebbero agito al primo scampanio. Ora gli era tutto chiaro, cosa occorreva fare e come. L’unica cosa che non sapeva era come sarebbe andata a finire. Spiegò:

– Mia cara, gli accidenti non potranno nulla contro San Giovanni. Al tocco delle campane dovremo essere tutti pronti davanti al casale della strega. Con armature, stendardi e tutto. Direi che è ora di andare a parlare con i tuoi genitori. Alessandro spiegherai bene ogni cosa agli altri consiglieri e ai cavalieri. Ci rivediamo davanti al casale. Elsa ti riaccompagno io, in carrozza però. Devo fare una buona impressione ai tuoi genitori o non mi ascolteranno.

– Puri come colombe, astuti come serpenti – ricordò Elsa, ripetendo le parole dette da Alessandro, la sera del ballo. Le parve di sentire la voce di lui mentre le diceva e il profumo dei fiori notturni.

Non riuscivano a smettere di stringersi le mani.

VII

IL RE

– Sei pronto per andare ai Vespri? – strillò la strega. Strillare al figlio era una delle cose che le riusciva meglio. Il duca grigio entrò nel salone del casale di là D’Arno, dove alloggiavano, con le scarpe in una mano e la fionda nell’altra.

– Devi ancora infilarti le scarpe! – strillò ancora più forte.

– Cosa vuoi che sia, se anche facciamo tardi – si lagnò il duca.

– Stupido sciocco! – continuò a gridare. Le piaceva anche insultare. Quando poi riusciva a gridare e insultare contemporaneamente il piacere era raddoppiato – Ci guarderanno tutti! Dobbiamo far vedere che siamo persone per bene.

– Ma non ti è mai importato andare ai Vespri.

– Idiota! Non m’importa un fico secco dei Vespri e di San Giovanni! Siamo qui per vincere la principessa!

– È qui vicino la chiesa? – chiese il figlio guardando fuori dalla finestra.

– Imbecille! È dall’altra parte dell’Arno!

– E allora perché tutti i cavalieri con gli stendardi vengono qui e non vanno dall’altra parte?

– Che cavalieri? Che stendardi? – chiese la strega. Questa volta senza gridare.

– Guarda – e il duca tirò le tende.

Da ogni parte si vedevano cavalieri avanzare in assetto di guerra. Ognuno montava il proprio cavallo rigorosamente bardato con pettorale, groppiera e sottocoda dai colori sgargianti e finimenti dorati. I cavalieri indossavano le armature con la spada al fianco. Molti reggevano nella destra il gonfalone del casato.

Ed erano tanti, tantissimi.

Altri stavano arrivando, mandando i cavalli al passo, con calma, senza fretta, in un silenzio impressionante. Dall’altro argine dell’Arno salivano i ponti, superavano il fiume. Erano seguiti dal contado, a centinaia e centinaia. Tutti convergevano lì, al casale della strega.

Il sole del pomeriggio, che avrebbe reso roventi le armature, era stato oscurato da una grande nube nera. Sotto quel cielo innaturale, color del piombo, avanzavano, guidati dai cavalieri del torneo.

Uno di loro aveva la spalla fasciata. Proprio lui alzò gli occhi alla finestra dov’era la strega. La vide, la guardò fissamente, continuando ad avanzare. La strega riconobbe il cavaliere che aveva maledetto alle prove del torneo e cominciò a balbettare dalla paura:

– Che hai fatto? – cercò di gridare al figlio. Ma le uscì un pigolio.

– Io? – chiese attonito il duca – Io che c’entro? Tu piuttosto! Anche qui ti sei fatta riconoscere! Sei stata tu!

L’armata intanto era giunta sotto il casale e si era fermata. Nessuno parlava, si attendeva qualcuno. Al tocco delle campane dei Vespri, un varco venne aperto e fu fatto passare il Re. Era davvero maestoso, armato di spada, sul suo destriero chiaro. Sua figlia gli stava accanto, bardata da battaglia.

– Aprite la finestra! – ordinò il Re con la voce limpida e alta. La strega e il grigio si nascosero dietro le tende. Tremavano dalla paura.

– Apri la finestra – bisbigliò la strega al figlio.

– Aprila tu.

– Aprite o sarà peggio per voi! – ruggì il Re.

La finestra venne aperta. Si affacciò una testa nera tutta spettinata.

– Che volete? – domandò la strega sgarbatamente, fingendo coraggio.

– Tu! – disse il Re puntandole contro la spada – Hai osato entrare in casa nostra, durante la festa di San Giovanni, senza esserne degna! Hai osato ambire al nostro trono, attraverso tuo figlio che è duca con l’inganno!

La sua voce era tonante. Ogni incertezza era sparita dal cuore del Re quando aveva appreso quel che stava capitando in casa propria, a sua figlia, nel suo regno. Dichiarò: – Ordino che qui e adesso il titolo gli venga tolto e tutti e due usciate dallo Stato, all’istante. Ci penseranno le nostre guardie a farvi raggiungere a piedi i confini. Avete salva la vita in onore al nostro Patrono che ancora una volta ha salvato Firenze. In rispetto a San Giovanni vi invito a cambiar vita.

Il Re era tornato a essere il condottiero fiero e generoso di un tempo. Le sue gesta e le sue parole erano guidate da verità e misericordia. Non lasciò nulla in sospeso e con giustizia intimò:

– Se tenterete di rientrare nelle nostre terre avrete morte certa. Infilò l’arma del fodero e si preparò all’attesa.

Si dovette aspettare poco: la strega uscì dì lì a poco seguita dal figlio. Avevano un’aria tranquilla, come se ne avessero già passate chissà quante. Evidentemente erano abituati alle figuracce. A piedi intrapresero il lungo cammino verso i confini. Porta Romana venne sprangata dietro di loro. La nube si ritirò, il sole tornò a splendere.

Alessandro guardò i compagni che l’indomani avrebbe affrontato nel torneo.

– Vi sono debitore a vita. Potevate rifiutarvi.

– Alessandro – gli disse un cavaliere – ognuno di noi vuole un combattimento onesto. Altrimenti – e così dicendo s’inchinò verso Elsa – non saremmo degni disposare la principessa

– Ovvero Alessandro – si udì forte la voce di lei – se non l’hai ancora capito: sta in guardia domattina, questi fanno sul serio!

Quella stessa notte la guardia reale si accampò a parecchi chilometri dalla città. La strega e il grigio se ne stavano in disparte, sorvegliati da alcuni soldati, mentre gli altri accendevano il fuoco.

– Li avveleneremo e fuggiremo – bisbigliò la strega al figlio, spostandosi impercettibilmente verso la botte di vino dei guardiani.

– E poi? – sussurrò il grigio, seguendola pianissimo.

– Torneremo a Firenze e faremo andare male la gara del preferito dalla principessa – intanto la strega aveva raggiunto la botte di rovere.

– Ci uccideranno – balbettò il figlio che continuò a seguirla nonostante i dubbi.

– Non mi uccide nessuno. Vedrai.

Attese che le guardie si spostassero per aggiungere legna al fuoco e velocemente tolse il grosso tappo di sughero che sigillava il Chianti: ne aspirò golosa l’aroma intenso e senza incertezza vi fece scivolare una polvere fina. Ritappò.

– Adesso possiamo dormire – e si addormentò veramente, di colpo. Il grigio restò sveglio. Udì una civetta emettere un verso stridulo che echeggiò nella notte.

Le guardie erano contente: il pericolo alla città era stato scongiurato, il torneo si sarebbe svolto senza intoppi. Attinsero il vino e andarono a sedersi intorno al fuoco. Un brindisi. Intonarono una canzone. Un secondo brindisi. Una seconda canzone. Un terzo brindisi. Morirono così, col braccio alzato e la canzone in gola. Avvelenati caddero riversi sul fuoco.

Il grigio urlò, chiamò, nessuno si mosse, svegliò la madre. La strega si alzò, si scrollò le foglie dalle vesti e disse con disprezzo rivolta ai morti:

– Il Re vi trattava troppo bene. Se foste stati miei schiavi, non avreste avuto il vino.

– Ammazzeranno anche noi – tremò il grigio, sconvolto.

– Lo vedremo. Veloce, ai cavalli! Questo torneo non me lo voglio proprio perdere – disse stringendo ancora una volta gli occhi fino a farli diventare due fessure.

(continua)

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