Una fiaba per Benedetta – 5a e ultima puntata

VIII

SAN GIOVANNI

Davvero Firenze intera andò ad assistere alla sfida. Tutti volevano vedere i cavalieri che avevano liberato la città da un disastro certo. I falegnami e i fabbri di corte sudarono parecchio per elevare altri spalti. Elsa aveva detto bene: gli avversari facevano sul serio. Morello dovette scartare e galoppare come non aveva fatto mai per riuscire a salvare il padrone dalle lance avversarie. Dopo la giostra li attendeva il combattimento con la spada. Infine il tiro con l’arco.

La strega e il grigio erano giunti fin sotto le mura che circondavano Firenze. Erano sporchi, laceri, e molto arrabbiati. Durante la fuga si erano ripetuti tutto l’odio che provavano per il Re, la Regina, la principessa, la città intera e adesso non volevano altro che la vendetta.

– Saliremo da questa parte – decise la strega – qui non ci sono guardie. Metti i piedi dove li metto io – e cominciò ad arrampicarsi.

Il figlio stava per seguirla quando si udì una voce:

– Chi va là?

“Una sentinella!” capì il grigio e svelto si rintanò dietro a un cespuglio.

La strega non rispose e continuò a salire. “È pazza”, pensò il figlio sbirciandola dal suo nascondiglio, “si farà ammazzare”.

– Altolà, chi va là? Ferma o ti infilzo con la mia freccia! – gridò ancora la sentinella.

La strega alzò gli occhietti a fessura e gli lanciò la maledizione più potente, feroce, rovente che mai avesse mandato. Si vide l’aria tremare, percorsa da quell’esplosione di odio.

Ma la guardia non cadde.

Non stramazzò a terra.

La freccia non si spezzò. Non accadde nulla.

Elsa aveva ordinato che tutti i soldati e le guardie tenessero sul cuore un’immagine di San Giovanni. E la città era schermata dalla gioia e riconoscenza verso il suo Patrono. Nessuna maledizione poteva funzionare quel giorno.

– Fermati! – ordinò la sentinella caricando la balestra.

Fu l’ultima cosa che disse perché un sasso la colpì centrandola in piena fronte, uccidendola all’istante. La strega si voltò e vide il figlio che abbassava il braccio.

La mano stringeva ancora la fionda.

– Ben fatto caro – si complimentò, ridiscendendo.

Alessandro era in piedi, di fronte al bersaglio e impugnava l’arco. Era l’ultima prova del torneo. Il suo avversario aveva già tirato tre volte, e fatto due centri. Lui aveva tirato due volte e fatto due centri. Mancava l’ultimo tiro che non doveva sbagliare. La folla trattenne il respiro. “Colpisci il cuore del bersaglio – pensò Elsa – avanti, colpiscilo”.

Alessandro caricò l’arco.

Lo alzò.

Puntò la freccia.

Scoccò.

E mentre il bersaglio di paglia veniva centrato e la folla esplodeva in grida di giubilo, mentre Alessandro si girava a guardare la sua principessa e veniva da lei riguardato con vero amore, mentre i cavalieri alzavano le spade in segno di onore, mentre il vincitore andava sotto il palco a ricevere il gonfalone del casato dalle mani del Re; il popolo sventolò i drappi a San Giovanni.

Elsa scese dal palco e buttò le braccia al collo di Alessandro. Poi si tolse la corona e gliela mise sul capo.

La folla impazzì di gioia.

– Bestioline fredde urticanti – chiamò la strega con voce dolcissima, cantando come mai aveva fatto per suo figlio – venite qui, la vostra mammina vi chiama, venite.

San Giovanni le proibiva di fare del male alla città? Ci avrebbero pensato i suoi amici. Nessuna maledizione. Ma il suo esercito, quello sì.

Inizialmente sembrò un polverone, all’orizzonte. Che si avvicinava in modo strano. Avresti detto che saltellasse. E, in effetti, quella polvere saltava, a lunghi balzi, bassa sull’erba. E più si avvicinava meno sembrava polvere, erano… moscerini?

No, più grandi.

Mosche?

No, più piccoli.

Un puntolino avanzò più veloce degli altri e saltò in testa al duca.

– Cosa diavolo è? – chiese innervosito, guardando con aria interrogativa la madre prima di cominciare a grattarsi i capelli freneticamente.

L’esercito di insetti apparve. Una massa brulicante saltellò gioiosa ai piedi della strega.

Pidocchi.

Un esercito di pidocchi.

La strega guardò in alto, verso le mura, e la nube saltellò, raggiunse la cima, la scavalcò. Scomparve.

I cavalieri erano in sella ai loro destrieri, schierati per porgere il saluto d’onore ad Alessandro e alla famiglia reale. I cavalli, nervosi, scalpitavano: abituati al galoppo faticavano a stare immobili.

Fu lì che accadde.

In quel momento preciso un turbine pidocchioso coprì il campo, nascondendo il sole, e si riversò su tutti: uomini, donne, fanciulli, animali. La folla urlò e si accalcò fuggendo. Le madri coprivano i bambini che piangevano dal dolore: i pidocchi non si limitavano a pizzicare, mordevano anche. Le testoline avevano iniziato a sanguinare. I cavalli, aggrediti da milioni di pidocchi, imbizzarrirono impennandosi, sgroppando i cavalieri, dandosi alla corsa, gli zoccoli che scalciavano chi era rimasto a terra.

Un cavaliere fu colpito così, dal proprio destriero.

Alessandro.

Il suo Morello, il corsiero a lui tanto caro, l’amata bestia.

Impazzì.

Lo sgroppò.

Lo colpì.

In quell’istante il tempo parve fermarsi. La folla che già si dava alla fuga si bloccò.

Anche Paolo era a terra, disarcionato dal proprio animale, in fondo al campo. Vide la testa incoronata colpita dagli zoccoli di Morello e riuscì a pensare a una sola persona. La principessa.

Oh la principessa!

Smise di respirare e credette di morire anche lei.

La strega arrivò.

Arrivò insieme al duca grigio, scavalcando animali azzoppati e Paolo. Voleva vedere, con i propri occhi, Alessandro. Morto.

E mentre i pidocchi continuavano l’invasione, mentre la folla riprendeva a gridare e a fuggire, mentre tutto era nel caos; la principessa uscì con un salto dagli spalti. Si buttò sul suo cavaliere.

La strega la vide. Avanzando si chinò e raccolse da terra una spada. Il braccio scattò, come una molla, per lanciarla attraverso l’aria, dritta al petto della principessa.

Paolo era a terra, ormai accecato dai pidocchi, cercava Elsa, per proteggerla. Vide la strega raccogliere la spada, prepararsi a lanciarla. Era un cavaliere abituato ai combattimenti, capì. Con un urlo raccolse anche lui una spada e la lanciò, verso la gola della strega.

Guarda la scena, guardala bene.

Il campo infestato dai pidocchi che accecano e mordono. I cavalli che scalciano, la gente che fugge. Nessuno si rende conto che è arrivata la strega, si difendono come possono dalla nube bestiale.

E in quel caos, vedi due spade sguainate che stanno per saettare nell’aria.

Una delle due, però, viene lanciata un attimo prima. Più veloce il braccio che scatta, perfetta la mira. Arriva e uccide.

“Quale spada? Qual è la spada che arriva? Chi uccide?- chiese Benedetta alzando la voce – Chi uccide?”.

La spada tagliò di netto la testa.

Che ruzzolò in mezzo al campo.

Una testa di capelli neri spettinati.

La testa della strega che morì decapitata.

Il grigio, terrorizzato, scappò via e con lui anche i pidocchi. La nube si riformò e saltellò oltre le mura. Il sole tornò a brillare.

Paolo e la principessa, le uniche figure in piedi nel campo.

Non tutti erano fuggiti. Il Re, la Regina, il padre di Alessandro e Luca erano rimasti.

La principessa si chinò sul suo cavaliere. La corona ammaccata gli copriva i capelli.

“A cosa è servita la reliquia di San Giovanni?” singhiozzò.

“A non farmi rompere la testa” mormorò Alessandro ancora ad occhi chiusi.

Poi aprì un occhio – uno soltanto perché il sole brillava e la luce gli dava fastidio.

Paolo incredulo gli tolse la corona: la pietra rossa a forma di cuore era rotta, sembrava sanguinasse.

Quella azzurra come la Madonna era a pezzi.

La reliquia all’interno c’era ancora. Il calcio ricevuto era stato talmente forte che gli aveva stampato in fronte la croce di San Giovanni lasciandogli un segno indelebile: il livido non sarebbe più scomparso.

Tanti anni dopo i figli piccoli gli avrebbero chiesto: “Papà, ci racconti come t’è venuta la croce blu in fronte? Dai Papà, vogliamo la storia della strega dei pidocchi!”. E ancora tanti, tantissimi anni dopo, i nipoti lo avrebbero implorato ugualmente: “Nonno, ci racconti come Paolo lanciò la spada? Com’era il sangue della strega, nonno?”.

In quel momento, però, a nessuno importava se quel segno sarebbe rimasto una settimana o per sempre. Il dolore era stato cambiato in gioia, in un istante. Tutti iniziarono a gridare pazzamente – perfino la Regina! – gridavano e si abbracciavano: erano vivi, erano salvi!

Alessandro attirò a sé la principessa, facendole fare un ruzzolone sul prato. Poi la baciò.

“Magnifico! – intervenne Benedetta – e poi?”.

Ebbero inizio i festeggiamenti più grandi di tutta la storia. A ogni angolo di strada giovani e vecchi danzavano insieme, cantando l’amore e la libertà, con i fanciulli che battevano le mani per la meraviglia. L’Arno fu illuminato dai fuochi d’artificio e durante la notte il Podestà regalò ad Alessandro un palazzo a Porta Romana, per farne l’ospedale che tanto sognava. Lo chiamarono l’Ospitale della Misericordia.”

“E la principessa?”, chiese Benedetta, trepidante.

Era una fresca alba di giugno dell’anno 1340, Firenze stava ancora dormendo.

La ragazza che uscì dal palazzo stringeva sottobraccio una cartella rettangolare, sottilissima. Nell’altra mano reggeva il manico di una cassetta di legno, lunga e stretta come un avambraccio.

Si fermò a respirare l’aria frizzante del giorno che stava iniziando, riempiendosi i polmoni.

Era soddisfatta di essere fuori, in strada, e di sapere dove andare.

Si incamminò verso Porta Romana.

Camminava baldanzosa, muovendo le braccia così tanto che la cassetta per il gran dondolio si aprì rovesciando sulla strada il contenuto. Lunghi pennelli e boccette di colore si sparsero ai suoi piedi.

Raccolse ogni cosa, rimettendola a posto veloce: aveva fretta, voleva essere la prima a ritrarre Alessandro e Paolo davanti al nuovo ospedale che sarebbe stato inaugurato fra qualche ora.

– Elsa! – la chiamarono due voci.

Alessandro e Paolo le erano venuti incontro.

Lei afferrò la cassetta e con la tela sottobraccio, a passi decisi, li raggiunse.

Quando era felice, faceva passi decisi.

Ed era molto, molto felice.

“Finisce così?”, domandò Benedetta.

“Sì. L’ospedale è costruito ed Elsa è felice con il suo amore”, confermò la madre. Il fuoco nel caminetto continuava a crepitare, illuminando la stanza con bagliori rossi. La legna di castagno, ardendo, mandava un caldo odore che per Benedetta era il profumo della casa d’inverno.

“Non si sono sposati, però”, notò la ragazzina.

“Mi sembrava prematuro –  fu la cauta risposta – magari più avanti”.

“Ah! Si sposano alla fine!”.

“Alla fine? No, tesoro, non alla fine”.

La madre arruffò i capelli della figlia, chiudendo il portatile:

“All’inizio Bettina – le sorrise divertita – All’inizio della prossima fiaba”.

(fine)

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