Il campo di battaglia

Con il solito movimento secco del polso aveva sollevato la tendina del suo sportello al Cup in via Oberdan e, con la stessa mano, premuto il bottone rosso per chiamare il primo numero. Nei secondi che avanzavano, a completare la serie di gesti economici fatti in sequenza, aveva provato il suo sorriso migliore nello specchietto che teneva per quest’unico scopo nel cassetto. Alzando la testa si era accorta sorpresa di avere già una persona davanti.

La donna era alta o portava tacchi importanti – le loro teste erano a pari altezza nonostante l’impiegata si trovasse sulla pedana – con radi capelli biondo cenere disordinati attorno al viso. La carnagione era così bianca da tendere al verdognolo e le sue rughe secche e sottili davano l’impressione di non essere mai state idratate o avere assorbito solo saltuariamente creme acquistate in sconto al supermercato. Gli occhi, talmente chiari da far credere che il colore fosse stato lavato via, sporgevano dal viso struccato. Impassibili la stavano fissando.

Ne fu sgomenta. Calcolò di spiazzarla con il sorriso provato allo specchietto, che fece senza che nessuna delle due ne fosse spiazzata. “Buongiorno signora. Cosa posso fare per lei?”. Le palpebre della sconosciuta batterono per l’insofferenza. Senza parlare passò alcuni fogli attraverso la fessura del vetro e il documento di identità.

L’impiegata raccolse le carte. Eseguì le operazioni a video poi le eseguì di nuovo. Scrollò la testa: “Mi spiace. Il medico che ha scelto non è disponibile“. “Non l’ho scelto – il tono era brusco – è un rinnovo. È il mio medico e lo tengo“.

L’impiegata continuava a guardare lo schermo: “Lo era fino alla settimana scorsa. Non lo ha confermato, qualcuno lo ha scelto. Posti non ne ha più. Deve dirmene un altro”.

“Nessun altro. Tengo il mio”.

“Ce ne sono diversi nello stesso poliambulatorio – non sentiva, come se il vetro la rendesse sorda – Non dovrebbe cambiare ambulatorio. Continuerebbe ad andare lì”.

“Non mi interessa l’ambulatorio. Voglio il mio medico”.

“Tra l’altro è dietro casa sua. – aveva controllato la residenza – può andare a piedi o in bicicletta – la guardò: non si poteva dire che fosse una brutta donna, insomma, era una badante polacca faceva anche troppo. Ripeté il sorriso provato allo specchietto e strizzò talmente gli occhi che si alzarono rughe sottili come quelle della polacca, solo ben idratate – snella com’è non fa nessuna fatica a muoversi a piedi o in bici”.

Il pugno picchiò con forza sul vetro infrangibile esattamente davanti ai suoi occhi facendole fare un balzo indietro sulla sedia girevole. Il suono di un gigantesco gong si ripercosse nello stanzone terrorizzando le persone.

“Che cazzo stai dicendo – urlò – snella? Chi credi di prendere in giro?”.

“Ehi – intervenne un uomo. Era atletico, l’unico uomo atletico nello stanzone pieno di gente acciaccata – la smetta o chiamo qualcuno”.

L’impiegata sentì il sangue scorrerle nelle vene. Desiderò annientarla. “Può provare a spaccare i vetri di tutti e dieci gli sportelli di questo Cup – non sorrideva più se mai potevano dirsi sorrisi quelli precedenti – ma non riavrà il suo medico” anzi, aggiunse fra sé, qui non avrai più nemmeno un appuntamento per una lastra.

Le persone continuavano a restare in silenzio. Una collega discretamente arrivò al suo sportello, a sostenerla.

“Mi ha chiamata snella! Mi sta prendendo in giro!”

“Signora, sbaglia. Io non la sto prendendo in giro – ricontrollò le carte – le sto dicendo che non può avere quel medico ma è snella abbastanza per andarsene a piedi o in bici da qualcun altro“.

Poi alzò il viso e la guardò negli occhi scoloriti. Si accorse, suo malgrado, che continuavano a essere indubbiamente azzurri. Forse da bambina li aveva avuti più azzurri. Se si fossero incontrate fuori da quello stanzone magari avrebbero chiacchierato e avrebbe potuto chiederle: “Snella è un complimento, cosa ti è successo che non credi a un complimento?” e lei forse le avrebbe risposto che non credeva ai sorrisi finti o che era tanto malata e aveva proprio bisogno di quel dottore lì.

Improvvisamente si sentì un campo di battaglia dove entrambe potevano ancora decidere di cedere l’una all’altra armi e fatiche. Si scoprì a sussultare di gioia.

“Nessuno può ridarle il suo medico – fece fatica a non darle del tu talmente le era divenuta familiare – e lei non può perdere la testa così” mentre avrebbe voluto dirle: è solo paura di restare sola, Forlì è piena di medici anche più bravi di questo, vieni, scegliamone uno.

La donna la odiò per tanta sincerità, molto più che per i sorrisi finti. Per un attimo sembrò voler sferrare un altro pugno. Invece afferrò i fogli e se ne andò. L’uomo atletico alzò le spalle e tornò alle proprie faccende, tutti ripresero a respirare normalmente. La collega le battè una mano sulla spalla: “Bene così. Prendi fiato, vai a bere un bicchiere d’acqua – guardò il nome a video – il nome non mi dice niente ma ce la ricorderemo”.

In bagno lavò le mani e spruzzò un po’ di acqua sulla faccia. Cosa mi è successo, si chiese, cosa sono mai. Ricordò il breve attimo quando si era percepita uno spazio dove entrambe potevano decidere se posare paure e conflitti, rughe e medici, e di nuovo la vita vibrò misteriosamente, rendendola felice come non lo era da anni, grata di quanto era accaduto. Questo dunque, acconsentì guardandosi allo specchio, questo sono. Poi, a passo leggero, tornò al lavoro.

4 pensieri su “Il campo di battaglia”

  1. Un’altra pennellata nel dipinto impressionista che stai realizzando dove protagonisti sono i sentimenti e le emozioni resi anche con un bel tratteggio delle caratteristiche fisiche dei protagonisti.

  2. Bello il lavoro di introspezione dei personaggi. I tuoi racconti sono molto intensi ma a me lasciano un poco di tristerza. Mi rendo conto che descrivono la vita

    1. Cara Vivi, grazie di averli letti. Spero che la tristezza ceda il posto piuttosto allo sgomento nell’accorgerci che siamo tutti e sempre un campo di battaglia… ma ci siamo e questo cambia!

  3. Emerge con chiarezza il risveglio che permette all’ impiegata di scendere dal piano del sorriso impostato al piano della comunicazione reale nel quale non c’è controllo di sentimenti propri e altrui ma c’è realtà, e passare dall’ostilità all’empatia è un “attimo”👏😘

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